Marito mio

-Marito mio sono fredda e son gelata
-O moglie mia quanti fusi hai filato

-Ne ho filato uno
-Va’ da basso e va’ a lavora
che questa non è l’ora
di venire in lett con me (x2)

…ne ho filati due, va’ da basso…
…ne ho filati tre, va’ da basso…
…ne ho filati quattro, va’ da basso…

…ne ho filati cinque, e sei con la rocchetta
-E alza la gambetta e vieni in lett con me

Mon cher mari, je suis froide, je suis gelée.
-Oh ma chère femme, combien de fuseaux as-tu filés ?

-J’en ai filé un.
-Retourne en bas et va travailler !
Ce n’est pas encore l’heure
de venir au lit avec moi. (x2)

…J’en ai filés deux …
…J’en ai filés trois…
…J’en ai filés quatre…

…J’en ai filés cinq et six avec la quenouille.
-Lève donc la guibolle et viens au lit avec moi !

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Canzone del repertorio della famiglia Caprara, di Bondeno di Gonzaga (Mantova), registrata da Franco Coggiola il 3 marzo 1971

La famiglia Caprara è uno dei rari esempi ancora esistenti di “famiglie canterine”, nelle quali da generazioni si tramanda un patrimonio prezioso di canti popolari, raccolti dai vari membri della famiglia. Il repertorio si posiziona all’intersezione di due mondi, quello contadino e quello urbano/operaio: nel 1934 la famiglia emigrò a Milano dalle campagne mantovane; i canti di vita e di lotta della tradizione contadina si incontrarono e si fusero con quelli della tradizione urbana.
Nel 1972 l’etnomusicologo Cesare Bermani realizzò un disco intitolato appunto “I Caprara fra città e campagna”.
Con le Voci di Mezzo di Milano, abbiamo avuto la fortuna collaborare con alcuni membri della famiglia, in particolare le sorelle Dina e Maruska, e di incontrare e ascoltare anche quelli della generazione precedente, quella dei loro genitori.

“Marito mio” la udimmo per la prima volta durante un incontro pubblico alla Scighera di Milano; a interpretarla furono Argentina e Rainero Caprara. Lei con lucida, spavalda ironia, lui giocando la caricatura del padrone di casa burbero e ottuso: la loro interpretazione non lasciò dubbi sul carattere del canto e ci ricordò quanto nel canto popolare l’ironia serva a sublimare, rappresentare l’indicibile e, come in questo caso, a denunciare con forza, senza perdere la leggerezza.

Malgrado siano ancora lontani i tempi di una critica compiutamente femminista, emerge qui una profonda consapevolezza dell’ingiustizia di genere: se il marito ha diritto a riposare una volta rientrato da una dura giornata di lavoro, per la moglie, nel mondo contadino, il lavoro non finisce mai; oltre a lavorare nei campi, la sera deve occuparsi dei figli e della casa e, non di rado, una volta messi a letto i bambini, comincia la sua seconda giornata di lavoro: la filatura domestica per far quadrare il bilancio familiare.
Ma lamentarsi e denunciare apertamente non è possibile e allora lo si fa cantando, destreggiandosi con sapiente sagacia nel dedalo delle proibizioni. Nel tempo del canto c’è lo spazio per una piccola rivincita irriverente, che servirà magari a piantare i semi di una futura ribellione…

Il finale del canto è un riferimento licenzioso a una presunta riconciliazione fra le lenzuola, tema ricorrente nel teatro popolare. Ritroviamo qui anche la tradizione dei canti enumerativi, sul modello delle canzoni infantili che avevano una funziona pedagogica, vestigia di più antichi codici di valenza magica (vedi D’an tera an pianta).