Canti sul carcere

Ci sono cose troppo grandi e troppo dolorose per poterne semplicemente parlare: per questo se ne canta. Da sempre, in tutte le lingue e a tutte le latiduni, esseri umani privati della libertà (la propria o quella dei familiari, degli amici, dei compagni) hanno sentito il bisogno di esprimere con la poesia e il canto una condizione altrimenti indescrivibile. E se lo scopo dichiarato di ogni reclusione è “correggere”, la correzione passa sempre attraverso una rimozione, più o meno violenta, della specificità dell’individuo, della sua umanità. Che sia un carcere di massima sicurezza, un manicomio o un centro di detenzione per migranti, lo scopo è raddrizzare, uniformare, rimuovere ogni potenziale elemento di disturbo per l’ordine costituito e allo stesso tempo rassicurare, con la solida presenza di muri e sbarre, il mondo di fuori, la gente “per bene”.
Ma a volte il potere della parola è più forte della parola del potere: è nel carcere di San Vittore che l’avvocato anarchico Pietro Gori scrisse l’inno del 1 maggio, capace di commuovere ed emozionare a oltre cento anni di distanza; in quello greco di Boyati Alekos Panagulis scriveva, si dice col suo stesso sangue, poemi che avrebbero contribuito a sgretolare il regime dei colonnelli; in quello di Fossombrone Belgrado Pedrini, incarcerato per aver fatto la resistenza troppo presto, scrisse “Il Galeone”, potente e lucida metafora di una società che per alcuni è già di per sè una “galera infame”; e, accanto a loro, la fitta schiera degli anonimi sepolti vivi che popolano i canti delle più diverse tradizioni, ma anche dei poeti e cantautori che hanno sentito l’urgenza di restituire la parola, e l’umanità, ai reclusi che la società vorrebbe dimenticare.